Quando la stanchezza sul lavoro non è un problema di efficienza. Una riflessione filosofica per manager e professionisti

E se la stanchezza che senti non fosse ‘debolezza’?
Il filosofo Byung-Chul Han descrive la stanchezza come la risposta caratteristica di chi abita un’epoca costruita per ottimizzare il fare, senza necessariamente dover nutrire chi fa.
Han individua nel nostro tempo un perturbante shift di paradigma secondo il quale non siamo più oppressi da un “padrone esterno”, ma ci siamo trasformati noi stessi nel nostro padrone… e nel nostro schiavo. Inseguendo ed anelando alla nostra auto-realizzazione, ci auto-sfruttiamo liberamente e sempre più intensamente, convinti che il nostro fare frenetico sia espressione e misura della nostra libertà.
Spesso, ciò che ne deriva è una stanchezza che non è solo fisica e che Han chiama “infarto dell’anima”: una forma di svuotamento progressivo. Ma svuotamento di cosa?
Secondo la fenomenologia, nessuna delle nostre esperienze vissute è mai isolata: ciascuna è sempre immersa in un orizzonte di senso che le fa da sfondo, che la orienta. In termini più concreti, non si tratta necessariamente di una motivazione consapevole o di un obiettivo dichiarato, ma di qualcosa di più silenzioso: quella risonanza profonda per cui senti che ciò che fai ha un significato, che è connesso a chi sei, che vale.
Quando, però, presi dal ritmo del fare contemporaneo non lasciamo più spazio alla riflessione sulla nostra vita, quell’orizzonte si oscura lentamente. Non viene distrutto, permane, ma nessuno lo abita più con attenzione e si fa più nebuloso. Non necessariamente si paventa una crisi, le cose continuano, ma cambia qualcosa nel modo in cui le vivi, si svuotano di significato.
Finisci una giornata piena e non riesci a dire cosa ha contato davvero… prendi decisioni, anche buone, ma senza avvertire il peso specifico di quelle scelte… pianifichi il futuro ma non lo senti davvero tuo: è più un elenco di cose da fare, una ‘continuazione’, che una direzione.
Hai smesso di chiederti dove stai andando, non perché hai trovato una tua risposta, ma perché nel ritmo del fare non c’è più spazio per la domanda.
E se la stanchezza che senti non rimandasse ad un problema di efficienza da correggere, ma ad un orizzonte che si è fatto, quasi impercettibilmente, più nebuloso? Non tanto una questione di energie… quanto di rapporto, divenuto opaco, con ciò che stai vivendo.
Se ti riconosci in quello che hai letto e senti che potrebbe essere il momento di fermarti a pensare, scrivimi: hello@abacorn.it.
Sono Chiara Sivieri, come Counselor Filosofica, formatrice e Advisor, lavoro con professionisti e manager che vogliono ritrovare chiarezza, direzione e senso nel loro lavoro.