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Fai tutto bene. Eppure…

Wassily Kandinsky, Composizione VIII, 1923. Solomon R. Guggenheim Museum, New York. Public domain.
Wassily Kandinsky, Composizione VIII, 1923. Solomon R. Guggenheim Museum, New York. Public domain.

Sono le undici di mattina. Sei seduto al tuo posto, pronto per la riunione, il sapore del caffè appena preso. Qualcuno sta parlando, poi intervieni tu, con competenza, la voce è la tua, le parole scorrono, precise e misurate. Il team ti guarda. Annuisce. La riunione procede. Prendete delle decisioni. Tutto sembra funzionare.

Eppure…

Da qualche parte, dietro quella competenza che continua a girare, c’è un qualcosa, difficile da nominare. Come una leggerissima distanza tra te e ciò che stai dicendo. Non è proprio assenza, perché sei lì, pienamente operativo… ma è come se una parte di te guardasse la scena da un passo indietro, da un luogo altro, e portasse con sé una domanda silenziosa che non riesce a formularsi del tutto. Non è abbastanza forte da irrompere nel tuo fare e fermarti. Non reclama attenzione. Sta lì, sospesa come un filo che pende nell’aria senza che nessuno lo raccolga. Non lo nomini, non oggi, almeno.

Una strana sensazione, che non è stress acuto né burnout, ma è qualcosa di ben più sottile e più radicale: una disconnessione tra il tuo fare ed il sentire, uno scollamento tra l’azione e il suo significato, l’assenza di una piena soddisfazione.

Le organizzazioni oggi parlano tantissimo di benessere dei dipendenti, ma spesso focalizzano la loro attenzione sui segnali più evidenti, perdendo di vista le dimensioni più silenziose e fondamentali di cui il pervasivo malessere contemporaneo è espressione.

Esiste, infatti, l’esperienza esistenziale di chi non sta “davvero male”, e non ha alcun bisogno di interpretazioni patologizzanti. Esiste l’esperienza di chi “funziona” benissimo… eppure ha perso il filo di sé.

Il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han dipinge con vividezza e precisione il quadro del contesto in cui siamo immersi ed in cui non riusciamo più ad abitare: viviamo in una società delle prestazioni, in cui non siamo oppressi da un padrone esterno ma da noi stessi. Ci auto-sfruttiamo liberamente, inseguendo risultati e ottimizzazione, convinti che la soluzione al problema sia fare sempre di più e meglio.

Ciò che ne consegue è un senso di stanchezza pervasiva, che “scolora” le giornate come una tonalità di fondo, ed una progressiva perdita di orizzonti. Continuiamo a fare, ma non sappiamo più per cosa, per chi, verso dove. “Chi si ferma è perduto!”, “non si può restare indietro!”, ci tuona lo spirito del tempo interiorizzato come buon senso comune. E così ci sforziamo, ancora un po’ di più, per preservare il nostro posto nella società, al costo di una stanchezza eccessiva, solitaria, che divide ed agisce ‘separando e isolando’.

Aristotele distingueva tra diversi tipi di movimento: la kinesis, movimento orientato a un fine esterno, che si esaurisce quando il risultato è raggiunto, e l’enérgeia, quell’agire che ha in sé il suo compimento, che vale perché è espressione piena di chi si è. Il lavoro contemporaneo ci ha allenati ad essere eccellenti nella kinesis: produrre, consegnare, passare al prossimo obiettivo. Ma che cosa ne è stato dell’enérgeia? Se osservi le tue giornate, quanto spazio ha ancora quell’agire che ‘vale perché è davvero tuo’?

Quando questa connessione si allenta, nessun framework di produttività è attrezzato per ripararla, perché non è un problema di efficienza: è un problema di senso.

Chiudo con una domanda, che è insieme un possibile punto di partenza:

Nell’ultima settimana, c’è stato un momento in cui hai sentito che quello che stavi facendo era davvero tuo, espressione di chi sei, e non solo coerente con quello che ci si aspetta da te?

Se la risposta è sì, non trattarla come un episodio isolato: c’è qualcosa, lì, che merita attenzione.

Se la risposta è no, o fatica a prendere forma, forse è un segnale da accogliere, e questa domanda merita uno spazio di esplorazione e scoperta: uno spazio di pensiero, diverso da quello che il fare quotidiano lascia disponibile.

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Sono Chiara Sivieri, Counselor Filosofica e Advisor. Lavoro con manager e professionisti in questi momenti, per creare uno spazio in cui tornare a pensare con profondità e libertà, in cui ritrovare il filo di senso che il ritmo quotidiano tende a coprire.

Se ti riconosci in quello che hai letto, scrivimi. Ne parliamo insieme.

hello@abacorn.it